Niente sesso sul posto di lavoro

dito-in-bocca

Giornata no. La cosa più eccitante è stata una seduta mattutina al TRX. Un’ora di duro allenamento in sospensione che mi ha lasciata fiacca e dolorante. Avrei voluto passare il pomeriggio distesa su un letto a farmi ungere di olio come un trancio di salmone affumicato. Avrei voluto mani (anche solo due) scorrere in lungo e in largo sul mio corpo, a darmi quel piacere misto a dolore che mi fa gemere come una gatta. Avrei voluto godere, invece mi è toccato lavorare. Cinque ore spese fra manicure, cerette, pulizie viso e baffi.

Quando ho visto adagiarsi sul lettino dei massaggi Fabio, un baldo giovane tutto bi tri quadricipiti e chi più ne ha più ne metta, mi sono illuminata d’immenso e ho pensato vittoriosa “Ecco la divina provvidenza che mi serve la svolta su di una brandina in legno di faggio”.

Per carità, niente sesso sul posto di lavoro; ma quegli addominali scolpiti e quegli occhi azzurri, tanto azzurri che il pomeriggio è troppo azzurro e troppo lungo per me (…), mi facevano propendere inesorabilmente per l’opzione numero due, e cioè l’eccezione che conferma la regola: portare “il lavoro” a casa! Cosí, sfoderato il sorriso migliore e lo sguardo più maliardo, ho cominciato a massaggiare quel corpo  marmoreo studiando la mossa successiva. Dopo sei barra sette secondi (le mie dita gioiose come una pasqua avevano percorso appena il tratto fra sterno e basso ventre), il giovanotto ha cominciato a russare. Non credevo alle mie orecchie! Inutile dire che son rimasta delusa come quando da bambina apri i regali di Natale e ci trovi dentro qualcosa che se fosse rimasto incartato avrebbe conservato quantomeno il fascino della scoperta. Inutile dire che avrei voluto bestemmiare in turco o in aramaico sperando che le clienti nella saletta di fianco, con la crema rassodante in posa sui glutei e quella idratante sulle guance, non decifrassero le mie urla da invasata. È inutile dire quanto fossi provata da quel ronfare osceno che tuonava come la sigla della mia disfatta.


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