L’uno dentro l’altra

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Sfilai le mutande prima di uscire di casa. La mia urgenza era tale che preferii liberarmi di quel lembo di seta compresso sulle mie labbra tumide. Era un pomeriggio pigro. Il sole scaldava l’asfalto annunciando la Primavera e Marzo presagiva Aprile coi suoi voli di rondine nel cielo azzurro e l’odore di erba dei campi di periferia.

Lo raggiunsi in bicicletta. Il vento mi scompigliava i capelli e soffiava fra i seni, lambendo gli orli della camicetta di cotone bianco. Percorsi la strada con il cuore in gola; la sua voce al telefono era stato un richiamo al quale non ero riuscita a resistere. Così, la macchina in panne e il meccanico fuori per una perizia, avevo preso la bici dal seminterrato ed ero corsa da lui. Quando mi vide entrare aveva lo stupore scritto negli occhi. Restammo muti in un abbraccio che ci lasciò in balia di noi, contesi fra la voglia di dare e il bisogno di prendere. Le sue mani scivolarono sotto gli abiti e incontrarono la mia pelle nuda,  si insinuarono fra le pieghe fulve delle mie concupiscenze, deflorandole.  Sentivo le sue dita farsi largo dento di me e il suo pollice tormentare dolcemente il mio clitoride, piccola prominenza schiusa fra le labbra, come un piccolo pene. Mi aggrappai alle sue spalle forti, mi cinsi a lui in una stretta che mi tolse il fiato, mentre la sua bocca respirava dalla mia mescolandone i sapori. Il piacere mi percorse facendomi vibrare. Ci amammo, fra la porta e la sua scrivania, come adolescenti avidi e stupiti, rapiti dalle sensazioni che sapevamo donarci e abbandonati alla forza dell’amplesso che ci vinse, nello stesso istante, piegandoci le ginocchia molli sul pavimento di legno. Ancora ansimanti, fasciati in quella stretta e cullati dalla silente ninna nanna delle nostre anime commosse, ci addormentammo. L’uno dentro l’altra.

Il vento che si insinua invadente dalla finestra della cucina mi riporta il ricordo di quel pomeriggio di Marzo. Non ci sono strade a misurare le distanze né voli di rondine in questo cielo sgombro. La sua assenza è presenza tangibile nel vuoto che sento dentro.

La voce al telefono è la stessa di allora e anche il fuoco che mi accende dentro. Lo ascolto impartirmi ordini. Lui è abile regista del mio amplesso, ferrato conoscitore delle mie mappe erogene. Lascio che le sue parole mi guidino e mentre mi tocco, persa fra le lettere che si fanno mani, mi chiedo cosa ne sarà di me.

Ma ecco sopraggiungere il piacere a spazzar via domande che forse non avranno mai risposte…


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