Marzo 1988

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Eravamo adolescenti. Lei aveva qualche anno meno di me, un corpo esile e un sorriso sfuggente. Passavamo i pomeriggi a studiare e a sera ci incontravamo sotto l’albero di ulivo di fronte alle nostre case. Avevo capito che le piacevo ma non mi chiesi perché lei piacesse a me. Nonostante fossi una donna anche io,  mi sembrava naturale provare desiderio per le sue giovani carni e per quei bottoncini che spuntavano come piccole olive sotto la camicetta, sui suoi seni acerbi. Credo che avesse paura di me, che la turbasse la mia impudenza. Mi guardava, arrossiva e abbassava gli occhi. Poi correva veloce per i campi finchè non cedeva all’affanno e si abbandonava distesa sui prati incolti a ridosso della ferrovia. Io la raggiungevo, mi stendevo al suo fianco e le respiravo sul collo. Lei restava immobile, con lo sguardo perso negli spicchi di cielo che spuntavano attraverso le fronde degli alberi intorno. Restava in silenzio, mentre le mie mani scivolavano lungo le sue cosce e si infilavano sotto le mutandine di cotone bianco. Il suo respiro si faceva più intenso. Le scoprivo il seno e guardavo  quelle minuscole colline appuntite ergersi nel vento. Mi arrivava il suo odore. Acuto, pungente. E poi il mio, denso effluvio salmastro.

Dopo un po’ chiudeva gli occhi e si mordeva le dita affusolate per contenere i gemiti, che ingoiava a fatica. Contraeva il ventre e serrava le cosce, trattenendo le mie dita fra le pieghe del suo giovane sesso. Restava immobile per qualche secondo, col capo riverso all’indietro e la schiena inarcata. Poi si sollevava in un lampo e correva via, senza nemmeno voltarsi.

 

Quel pomeriggio la feci attendere. La sorpresi sotto il solito albero con l’espressione contrita. Quando mi vide, il suo volto tradì un inaspettato sollievo. La presi  per mano e la condussi nel trullo dismesso, a un centinaio di metri da casa. Durante il tragitto non disse una parola, continuava a seguirmi guardandosi le scarpe. Una volta dentro incollai il mio corpo al suo, rovistai sotto le sue vesti e tirai fuori quei seni aguzzi. Le sfilai le mutande e la osservai, così fragile e ancestrale al contempo. Finalmente mi guardò negli occhi. Ci lessi una muta preghiera, che accolsi. Mi inginocchiai ai suoi piedi e affondai la lingua nel suo sesso umido. Aveva labbra tumide e un sapore agrodolce.  Era la prima volta che assaggiavo una donna e non mi chiesi se sarebbe stata l’ultima o solo la prima. Ero lì, con la lingua fremente sulle sue lascive nudità offerte alla mia avida concupiscenza, e non volevo essere altrove. La amai, sulle pietre umide sporche di terra e sotto un cielo torbido che annunciava l’ennesima pioggia di Marzo. Era il 1988…


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