Sorpresa nel fienile

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Domenica delle Palme. Due anni fa ero a Milano. La mia amica Benedetta partì per andare a trovare i suoi per le vacanze di Pasqua e mi chiese di accompagnarla. Accettai senza indugi; era stato un periodo denso di oneri e carico di incombenze. Era da diverse settimane che non mi concedevo una vacanza, così la seguii in quel viaggio rocambolesco. Partimmo in macchina alla volta di Pescara, dove avremmo fatto una capatina per salutare suo cugino Umberto prima di ripartire per i sobborghi milanesi. Quando arrivammo a casa dei suoi zii Benedetta fu rapita da un plotone di parenti che la risucchiarono in un vortice di domande inquisitorie. La lasciai in balia di quell’operoso postulare e uscii a fare due passi in giardino.

Umberto abitava in un’enorme villa a due piani a cinque chilometri dal centro abitato. Ripercorsi la strada che avevamo fatto in macchina per raggiungere il chiostro colonnato che dava sull’ingresso principale del piano terra: un viale alberato fatto di ciottoli, lungo una trentina di metri e largo a sufficienza da poterci passare due automobili contemporaneamente. Mentre passeggiavo ammirando la vegetazione pronta a schiudersi al richiamo dell’imminente primavera, mi immersi completamente in quel paesaggio naturale, rinfrancandomi dalle fatiche del viaggio appena percorso. Improvvisamente udii dei lamenti provenire dal fienile. Mi avvicinai per sincerarmi che quel mugolare non fosse frutto dell’astinenza a cui i vari impegni mi avevano indotta. Quando arrivai a ridosso della cancellata di legno che dava nel pagliaio e sbirciai attraverso una fenditura laterale del battente sinistro, la scena che intravidi mi lasciò senza fiato. Un uomo di spalle, completamente nudo.

 

Umberto! Lo riconobbi dalla folta riccia chioma che ricadeva sulle spalle muscolose. Se ne stava in piedi, con il bacino proteso in avanti. Le mani che afferravano saldamente i suoi glutei marmorei e i lamenti strozzati che uscivano dalla sua bocca non mi lasciarono dubbi su quanto stesse accadendo all’altezza della sua verga. Qualcuno gli stava facendo un pompino, e a giudicare dai suoi gemiti si trattava di una bocca abile ed esperta. Mi accovacciai per terra e restai a guardare trattenendo il fiato che improvvisamente si fece corto. Sentii un calore diffondersi fra le cosce. La vista di quel corpo nudo arreso al piacere mi accese come fossi un fiammifero. Desiderai percorrere quel corpo statuario con i polpastrelli, per poi affondare la lingua nelle pieghe e fra le fessure della pelle, dove gli odori si fanno acri e le carni umide. Mi domandai di chi fossero quelle mani, a chi appartenesse quella lingua consumata e quel corpo candido che intravedevo attraverso le gambe erculee di Umberto. Allargai le cosce e cominciai ad accarezzare il mio clitoride. Mi rispose vigile, contraendosi. Eravamo in perfetta sincronia, protesi verso il piacere e arresi alla vista di quei due corpi che si amavano. Divenni più decisa. Mi leccai le dita e afferrai fra il pollice e l’indice la mia piccola gemma. Cominciai a dimenarla come fosse un pene. Quando l’appagamento prese il sopravvento mi tradì un gemito, e per paura di essere scoperta tentai di alzarmi per mettermi al riparo da occhi indiscreti. Era troppo tardi. Un movimento maldestro aveva agevolato l’apertura della cancellata producendo un rumore sordo. Ruppi la magia di quel momento e fui sbugiardata dalla mia goffaggine. Quando alzai lo sguardo, certa di incontrare quello furioso di Umberto e pronta a scusarmi per la mia irriverenza, restai senza parole. Un bellissimo uomo dai capelli biondi e la carnagione lattea mi porse la mano aiutandomi a risollevarmi da terra. Mi afferrò saldamente dal polso, richiuse la cancellata alle mie spalle e cominciò a succhiarmi le dita bagnate dei miei sapidi umori. Ecco, finalmente quella lingua sapiente aveva un volto e due splendidi occhi azzurri. Dimenticai Benedetta e i suoi parenti accorsi e mi unii all’idillio di quei corpi nudi distesi nel fienile. Furono attimi di estasi in cui accolsi quei corpi nel mio per divenire una sola carne. Bevvi dai loro membri e loro dai miei pertugi segreti. Ci leccammo le bocche scambiandoci le salive, ci amammo senza conoscerci arresi all’impeto dei nostri impulsi ancestrali. Un paio di ore dopo Benedetta mi venne a cercare. Umberto aprì la cancellata del fienile e salutò sua cugina con un abbraccio. Poi fu il turno del suo amico.

–              Hai visto Ninè?- domandò lei, guardandosi intorno.

Prima che qualcuno rispondesse uscii fuori dall’ombra sfoderando il mio sorriso più impertinente.

–              Sono qui. Ho approfittato della loro compagnia e di questo splendido posto per fare un tuffo nella natura – esclamai.

I ragazzi mi lanciarono occhiate complici e Umberto, che riconobbe l’espressione circospetta di sua cugina, tagliò corto invitandoci a bere una birra e a mangiare un panino. Benedetta non mi fece domande e quando l’indomani mattina riprendemmo il nostro viaggio era cupa e taciturna. Dopo un’ora, ruppe il silenzio esclamando:

–              E’il mio ex ragazzo.

–              Chi?

–              Alex.

Doveva essere l’adone biondo. Mi chiesi come avrebbe reagito se le avessi rivelato che lo avevo sorpreso mentre praticava una fellatio a suo cugino Umberto, ma scelsi di tacere e di lasciare insolute le mie curiosità. Tuttavia raccolsi la sua vena polemica e le risposi a tono.

–              Ex. Appunto.

Restammo in silenzio fino a quando lo squillo del telefono non ci riportò al presente strappandoci ai nostri pensieri. Era Umberto, ci raggiungeva con Alex a Milano. Benedetta accolse la notizia senza far troppe domande e quando chiuse la comunicazione si accese una sigaretta. Il fumo pervase l’abitacolo che improvvisamente divenne troppo stretto. Non eravamo più da sole. I due uomini in volo per Milano erano presenza tangibile resa corporea e autentica della nostre mute istanze. Percorremmo l’autostrada per Milano, ignare di ciò che ci aspettava…

 


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