Jo

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Ero in pausa pranzo. Ho approfittato del vento per farmi scompigliare i capelli. Sono uscita a piedi e ho raggiunto il bar più lontano. Ci sono stata un paio di settimane fa con un gruppo di amici. Nella ressa ho notato due splendidi occhi neri che mi scrutavano attraverso un paio di occhiali in celluloide. Erano quelli della cassiera. Si destreggiava abilmente fra scontrini e conti da battere, mentre intorno brulicava ogni sorta di genere umano. Avevo apprezzato la sagacia con cui teneva testa ai clienti più impudenti e la sua perseveranza nel circuirmi abilmente monopolizzando la mia attenzione attraverso i suoi occhi penetranti. Quando, prima di andare via, mi ero avvicinata alla cassa per pagare, insieme al resto mi aveva lasciato un messaggio sul retro dello scontrino. “Jo. 34623445543”.

Lo avevo letto distrattamente ed ero andata via celando la mia compiacenza dietro uno sguardo imperturbabile. Non l’avevo chiamata, volutamente, né il giorno successivo e nemmeno quelli a seguire. Quando qualche ora fa mi ha vista entrare dalla sliding door del suo bar sembrava impietrita. L’ho salutata sorridendo e mi sono accomodata sul divano a ridosso della vetrata principale. Lei è sparita nel retro per tornare, qualche minuto più tardi, scongelata in un corto abitino in microfibra. Le ho lanciato un’occhiata compiaciuta e le ho chiesto se potevo ordinare. In tutta risposta ha esordito con un enfatico:

 

–          Facciamo un ottimo aperitivo con delle tartine al salmone che ci invidia tutta la provincia. Abbiamo anche degli ottimi formaggi locali: canestrato pugliese, caciocavallo podolico, pecorino brindisino, stracciatella di bufala, scamorza di pecora…

–          Non ho molta fame. Sono qui per te. Prendiamo un caffè?

Alla mia domanda inaspettata ha interrotto bruscamente la sua declamatoria enunciazione culinaria, ha girato i tacchi, ha preso un soprabito da dietro al bancone e mi ha invitata a seguirla. Sono uscita dietro di lei, sotto gli occhi sgomenti del barman che faceva spallucce nel suo camice bianco latte a righe trasversali. Ci siamo infilate nel portone adiacente, e poi nell’appartamento al primo piano. Il suo. Le scale, percorse in silenzio, mi sono sembrate interminabili, nell’attesa spasmodica di poterle finalmente infilare la lingua in bocca e le mani sotto la gonna.  Una volta dentro si è tolta gli occhiali e ha cominciato a spogliarsi. L’ho attirata a me bruscamente, e dopo averle chiesto di rimettere le lenti, le ho tolto gli indumenti che le restavano addosso: una mutandina di cotone bianco e un reggiseno a quadri. Un abbinamento infelice che non avrei mai pensato di trovare così eccitante. Mentre la baciavo la sua lingua era languida, dolce, carezzevole, e il suo collo arreso alla presa delle mie mani avvolgenti. Il suo seno acerbo profumava di talco e il suo sesso aveva l’odore acre e salmastro di una conchiglia. Quando il mio dito medio è scivolato nelle sue umide cavità, tutto pensavo di udire tranne quelle parole a rompere la musica di respiri e gemiti.

E pensare che l’avevo seguita per le scale con i migliori propositi, pregustando la vista del suo sedere sculettante che di li a breve avrebbe servito in pasto al mio carnale banchetto.

E pensare che era lì, incollata a me come carta adesiva, con le labbra aperte e i suoi occhi penetranti.

Improvvisamente mi è venuta voglia di una sigaretta; scendo giù a comprare un pacco di Glamuor alla vaniglia.

Il resto? Beh…il resto ve lo racconterò domani.

 


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