Tu mi hai sorriso, non conoscendomi

donna“Ciao Maddalena, è tanto che volevo scriverti ma mi mancava il coraggio. Ti ho vista ieri sera sul viale, vicino ai giochini dei bambini. Eri con tuo marito e il tuo cane. Ti sono passata vicino, ti guardavo e tu mi hai sorriso, pur non conoscendomi. E finalmente ho deciso. Eccomi qui! Ho diciassette anni, sono nata e vivo a Grottaglie. Sono una ragazza molto emancipata e ho le mie idee sui ragazzi e sul sesso. Mi piacerebbe fare un intervista, credo di avere cose interessanti da raccontare. Spero che mi contatterai presto. Baci.”
Leggo il messaggio distrattamente. Sembra uno dei tanti giunti tramite la posta privata di facebook. Molti mi scrivono solo per soddisfare una buona dose di esibizionismo. Altri invece per curiosità; e sondano, indagano, esplorano, interrogano, senza rispetto. Perdendo il loro tempo nel mio, ingiustamente.
Poi penso…
Una Grottagliese. Già questo è singolare: di solito chi mi scrive vive lontano dal mio paese.
Però è una minorenne. Dovrei lasciar perdere.
Poi rileggo il messaggio.
“…tu mi hai sorriso, pur non conoscendomi…”

Ci incontriamo al bar. Arriva sorridendo. Cammina a testa bassa.
Indossa un paio di leggings e una maglia chiara, che scivola sul corpo lasciandole scoperta una spalla. E’ molto carina.
Prendiamo un gelato e ci accomodiamo fuori, sotto il gazebo di legno che copre i tavoli disposti a raggiera.
Siede sul bordo estremo della sedia, come se dovesse balzare in piedi e correre via, da un momento all’altro. Ha mani nervose e sguardo sfuggente.
Chiacchieriamo del più e del meno. Scuola, vacanze, musica, palestra; tanto per rompere il ghiaccio.
Poi la prima domanda.
< Quali sono le tue idee sui ragazzi e sul sesso?>
Resta in silenzio per qualche istante, si sistema sulla sedia, poggia i gomiti sul tavolino e mi racconta:
< Per me il sesso è esperienza. Lo faccio perchè mi rende donna e mi prepara all’amore vero. Un giorno incontrerò quello giusto e non mi farò trovare impreparata. Le mie amiche fanno discorsi stupidi sull’amore eterno. Molte di loro hanno il ragazzo e pensano al matrimonio, ai figli. Per me è inconcepibile a questa età. E’ ovvio che non resteranno insieme per tutta la vita! A diciassette anni ti metti in gioco. Non sai ancora chi sei e cosa ti piace, per cui a questa età le relazioni sono solo esperienze che ci fanno crescere. Come un banco di prova!>
Sembra sicura di sé, gesticola molto. I suoi occhi mi sfuggono ancora.
< Che tipo di rapporto instauri con i ragazzi con cui fai sesso?>
< Ci vado a letto solo se sento di potermi fidare. Con loro non ho l’ “obbligo di frequenza”, ci si vede solo se si ha voglia di stare insieme ed ognuno può avere le sue storie.>
< Quante relazioni riesci ad avere contemporaneamente?>
Arrossisce, poi ride. Si porta le mani sul volto.
Squilla un cellulare. E’ il suo.
Guarda il display, non risponde ma perde il sorriso.
Ha un ombra sul viso, e gli occhi malinconici.
Li mette nei miei finalmente, e ci leggo dentro tristezza, paura e smarrimento.
< Non molte. Due, massimo tre. Con uno di loro ho un rapporto speciale: è stato il primo ed è l’unico che frequento ancora. Gli voglio molto bene.>
E’ il momento. Questa volta mi sistemo io; la seduta mi sembra improvvisamente scomoda. Tiro un respiro ed esclamo tutto d’un fiato:
< E i tuoi? Che rapporto hai con mamma e papà?>
Si lascia andare sulla sedia, incrocia mani e gambe.
E’ tesa, ma mi guarda negli occhi.
< Un pessimo rapporto, almeno con mio padre.>
< Vuoi parlarne?>
< Non c’è molto da dire. Mio padre ha un brutto carattere, è una persona immatura, uno di cui non ci si può fidare. Mia madre è una donna debole, una bambina.>
< Hai fratelli o sorelle?>
< Un fratello più piccolo, che ha lo stesso carattere di mio padre. Sono molto preoccupata per lui.>
< Perchè?>
< Perchè farà la stessa fine di mio padre e i suoi figli la nostra.>
< Che fine avete fatto?>
< Siamo soli. Mio padre è un violento, un fallito. Mia madre è troppo fragile e vive in un mondo irreale.>
< Perchè pensi che tuo padre sia un violento e un fallito e tua madre una donna fragile?>
< E’ così. Mi fanno tanta rabbia. Mio padre ha quasi quarant’anni ma è più immaturo di me e dei miei amici. Qui a Grottaglie lo conoscono tutti e questo mi mette molto in imbarazzo. Lavora saltuariamente perchè non è nemmeno in grado di tenersi un lavoro. Passa il suo tempo libero al bar a bere birra e quando rientra a casa è un inferno. Se entra e saluta vuol dire che gli gira bene. Se invece ci ignora e si chiude in bagno è nervoso, quindi bisogna stare attenti a non contraddirlo. Mia madre lo giustifica. Dice che lui ama a modo suo, e che se si arrabbia è colpa sua o nostra. Si è costruita una vita immaginaria e la racconta in giro facendo credere che è felice e che il suo è un matrimonio perfetto.>
< Lui vi picchia?>
< Sì. Mia madre le prende regolarmente, io e mio fratello negli ultimi mesi meno. Da quando sono scappata.>
< Scappata?>
< Sì. Mia madre e mio padre litigavano. Lui ha cominciato ad insultarla e ad alzarle le mani. Mio fratello si è chiuso in camera, io invece mi sono messa in mezzo per difendere mia madre. Mio padre ha picchiato anche me. Così sono fuggita via, disperata. Sono rimasta per ore a girovagare senza meta, finchè non ho deciso di rientrare. Dormivano tutti, tranne mia madre. L’ho trovata in lacrime, spaventata. Mi ha supplicato di non farlo mai più.>
< Perchè pensi che tua madre si sia costruita una realtà immaginaria?>
< Per proteggersi. Lei ha paura di perderlo, quindi si convince che vada tutto bene, anche a costo di ignorare la mia sofferenza e quella di mio fratello. Quando sta male mi chiama e vuole parlare. Piange, dice che soffre e che non sa come fare. Io resto ad ascoltarla per ore cercando di convincerla a lasciarlo. Ma quando ritorna nella sua dimensione diventa cieca e sorda. Io sono stanca. Nessuno si preoccupa di come sto io. Mai una carezza, un sorriso, una pacca sulla spalla. Devo essere forte per lei e per mio fratello. Ma io vorrei vivermi la mia età e fare quello che fanno le mie coetanee. Avere i loro problemi e tornare a casa felice di farlo, in un posto dove sentirmi amata e al sicuro. Prima era lei al telefono. E’ sempre a casa da sola, mio padre non le permette di uscire.>
< Perchè pensi che ti abbia chiamata?>
< Solo per sentirmi. Per chiacchierare un po’. Se ci fosse stato mio padre a casa non l’avrei mai lasciata sola. Ma lui adesso è al bar, quindi in un certo senso sono tranquilla.>
< Ne hai mai parlato con qualcuno?>
< Qualche giorno fa sono andata da mia nonna, la madre di mia madre. Le ho detto tutto.>
< E lei?>
< Lei è venuta a casa quando non c’era mio padre per parlare con mia madre ma lei ha negato tutto. Ha detto che io ho esagerato. Che non si tratta di botte ma di qualche schiaffetto e che non succede spesso ma raramente, e sempre perchè lei gli fa perdere la pazienza.>
< E tua nonna?>
< Lei mi crede ma ha paura di rivolgersi agli assistenti sociali. Primo perchè nessuno potrebbe assicurarle la fine che potremmo fare io e mio fratello. Secondo perchè teme la reazione di mio padre.>
Cerco di rassicurarla.
< Nessun tribunale strapperebbe dei minori all’affetto di chi li ama e potrebbe prendersene cura amorevolmente. Tua nonna deve stare tranquilla. E anche tu.>
E’ molto provata e ha gli occhi lucidi. Credo che abbia bisogno di piangere e di sentire l’appoggio e il sostegno di qualcuno che la faccia sentire al sicuro. Le prendo le mani. Si lascia abbracciare. Dimentichiamo il bar e la gente seduta intorno.
Prima di salutarla le ricordo che può contare su di me e le consiglio di rivolgersi al centro igiene mentale di Grottaglie, dove c’è gente competente e professionisti in grado di comprendere e aiutare chi soffre.
Ritorno a casa pensierosa. Nella testa mille domande sulla cosa giusta da fare.
Passo la notte insonne.
Mi addormento alle prime luci dell’alba. Mi viene in sogno mio nonno.
Mi guarda con occhi severi e non mi parla. Ha lo stesso sguardo austero di quando ne combinavo una della mie.
< Nonno? Cosa ho fatto? Perchè mi guardi così?> gli chiedo con un nodo alla gola.
< Lo sai. Non startene con le mani in mano. Cosa aspetti?>
In quel momento non ho risposte ma è già mattino. Spunta timidamente affacciandosi col primo fioco raggio di sole che si stende sul letto, illuminando il lenzuolo di cotone che mi ha tenuta stretta per tutta la notte.
Mi alzo, ci inciampo ma resto in piedi, e mentre mi preparo il caffè tutto è più chiaro.
Prendo il telefono e faccio il suo numero. E’ ancora primo mattino ma so che è già in piedi a meditare fra i pensieri dei pazienti a cui lecca le ferite, un po’ per vocazione, un po’ per professione.
< Prontiiiii. Già sveglia? Che succede?>
< Hai cinque minuti? Devo raccontarti una storia mio caro dottore, e questa volta il sesso è un risvolto marginale.>
<Tutto il tempo che vuoi!>
A te che sai, con l’augurio di ritrovare la serenità che meriti.
Volevo dirti che hai ragione. Non sei come tutte le altre.
Tu sei speciale.
Maddalena Costa

 


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