La Venere di Urbino

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Il ristorante era intimo, accogliente. Un piccolo angolo di paradiso fra le murge tarantine. Jo è arrivata con dieci minuti di ritardo. Aveva indosso un abito di seta che non le donava molto. Troppo lungo. Troppo stretto. Troppo scollato. Tuttavia aveva un fascino particolare. Direi discreto. Molto diverso da quello intraprendente che mi aveva mostrato nelle occasioni precedenti; il suo piglio era sommesso, affievolito da uno sguardo accomodante. Conosceva il posto molto bene. Salutava i camerieri con aria amichevole e si intratteneva con loro fra una portata e l’altra. Io mi divertivo a studiarla. Lo faccio sempre con le mie prede. Le scruto osservando ogni piccolo gesto, leggendo fra le parole e attraverso gli occhi, certa di poter cogliere particolari preziosi per le mie prossime mosse.

Durante la cena abbiamo chiacchierato molto. Mi ha raccontato la sua storia. Terza di quattro figlie femmine, orfana a sedici anni, diplomata al conservatorio di musica e finita a gestire un bar dopo l’altro subito dopo aver terminato gli studi, complice la sua innata propensione per le pubbliche relazioni. Dopo i primi due calici di vino siamo passate al sesso. Mi ha raccontato la sua prima volta: nei bagni di scuola con una compagna di classe durante l’ora di biologia. Ne parlava ancora emozionata, come se quel ricordo lontano non fosse stato scalfito dallo scorrere del tempo e conservasse i suoi colori ancora nitidi e ben distinti. Rammentava ancora il profumo di talco della biancheria di lei e la sua piccola voglia dai contorni irregolari a due centimetri dalle piccole labbra. La cena era squisita: uova alla diavola, crema mimosa di cavolfiore con crostini e cipolla caramellata, sformatino di rapa rossa con fonduta di gorgonzola, bouquet di verdure al gratin, patate sabbiose e per finire crema fritta! Abbiamo assaggiato un po’ di tutto, apprezzando quelle delizie culinarie suggerite con orgoglio dallo chef, un grosso omone sulla cinquantina.

 

Prima di rientrare abbiamo deciso di far due passi sul lungomare. Nonostante l’ora tarda c’era ancora molta gente a popolare quella lingua di asfalto a ridosso del mar Jonio. La serata era mite e il cielo sgombro annunciava una notte serena. Tuttavia tuoni e lampi sarebbero sopraggiunti inaspettati e per vie traverse. Elide, seguita da un gruppo di giovani chiassosi, si apprestava ad attraversare la penisola pedonale che conduceva sul litorale. Jo ha accolto quella visione come fosse un demone piombato sulla terra con la sua caterva di spiriti maligni.

–          Fai finta di non vederla, fai finta di non vederla  –

mi pregava mentre mi conduceva per mano alle macchine. Io ero fuori di me dalla gioia, galvanizzata dalla piega inaspettata che prendeva la serata. Elide ci aveva viste, ne ero certa. L’espressione crucciata del suo viso e quel ghigno da posseduta che le veniva sul volto quando qualcosa la faceva incazzare sul serio non mi lasciavano alcun dubbio!

Una volta giunte nel suo appartamento Jo si è preparata una tisana rilassante per distendersi, urtata dalla visione poco rassicurante di Elide. Io ho preso del caffè. Il suo odore intenso e prepotente si è diffuso per casa generoso, sortendomi il consueto effetto eccitante. Ero pronta a prendere quel fiore di donna emotivamente instabile, elettrizzata dalla sua improvvisa inquietudine che la rendeva fragile e vulnerabile. Le ho chiesto di spogliarsi e di stendersi sul letto; un alcova intima e accogliente, avvolta da raffinate lenzuola di seta verde. Vederla distesa su quel talamo, coperta solo dalle sue luminose carni, mi ha ricordato la Venere di Urbino di Tiziano. Sembrava una dea, col suo sguardo deciso, noncurante delle sue nudità. Ambigua, negli occhi una muta preghiera, a metà strada fra pudore ed invito. Ho cominciato a muovere i polpastrelli sui suoi piedi, compiendo movimenti profondi e circolari. L’ho afferrata per le caviglie e le ho divaricato le gambe. Il suo frutto proibito, illuminato appena dalla luce fioca della lampada Tiffany riposta sulla panca a lato del letto, germogliava in tutto il suo splendore. Aveva labbra rosee, spesse come due lingue e schiuse appena, come a persuadere la mia curiosa concupiscenza. Sentivo il suo richiamo, lusinghiero e deciso, come l’odore che liberava nell’aria. Respiravo a fondo, perché quell’effluvio asprigno si mescolasse a quello prepotente del caffè e mi penetrasse, attraversandomi tutta. Capitolavo. Il suono inopportuno del citofono arrivava come un pugno nello stomaco. Jo sembrava confusa, ancora intontita dal tocco delle mie mani sul suo corpo e dagli sguardi che ci eravamo scambiate svelandoci. Le ho chiesto di restare a letto e sono corsa a vedere chi fosse. Una voce familiare saettava dall’altro capo dell’interfono, glorificando la mia vanità.

–          Sono Elide. Apri subito questa cazzo di porta…


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