La Venere di Urbino attese (invano?)

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Quando è entrata  era paonazza.

–          Sapevo di trovarti qui. Cosa ci fai?

–          Non ti riguarda. Smetti di urlare.

–          Mi riguarda eccome. Quella troia avrebbe fatto carte false pur di cancellarti dalla mia vita e quando ha capito che non ci sarebbe mai riuscita ha pensato bene di portarti nella sua.

–          Vuoi calmarti per favore?

Ma Elide non ne aveva nessuna voglia. Mentre sbraitava lanciava continue occhiate alle mie spalle, nel corridoio che portava nella zona notte del piccolo appartamento. Jo era rimasta in camera da letto. Non sapevo se augurarmi che si rivestisse prima di raggiungerci o se pregare intimamente che restasse nuda e distesa come l’avevo lasciata prima di precipitarmi divertita al cospetto dell’ira di Elide.

–          Siediti e smetti di urlare. Se prometti di stare calma ne discutiamo tranquillamente.

–          Non c’è nulla da discutere. Vieni fuori troia! Cosa c’è? Non hai le palle?

–          Elide ti prego calmati!

–          Calmarmi? Tu non la conosci quella vipera, non sai cosa è capace di fare. Dimmi un po’, ci sei già stata a letto?

Mi aspettavo quella domanda. Scontata, futile, banale. Invece di rispondere ho scelto il silenzio. Elide è andata su tutte le furie, mi ha dato uno spintone, ha afferrato la scultura in legno a forma di giraffa adagiata sulla parete attrezzata e si è precipitata nel corridoio. Sono riuscita a prenderla per un braccio e a tirarla a me. Aveva il fiatone. Non l’avevo mai vista in quello stato.

–          Sei fuori di te. Non ragioni – lo ho detto – Non so se ho più voglia di baciarti o di mandarti al diavolo e lasciare che tu e lei vi prendiate per capelli mentre cerco un posto più interessante dove passare la notte.

Elide ha lasciato cadere il suppellettile sul pavimento, mi ha presa per capelli e mi ha baciata. La sua lingua cercava disperatamente la mia approvazione. Decisa, penetrante, lusinghiera. Si intrecciava con la mia, si spingeva insolente nella mia bocca e ne usciva solo per disegnarne il contorno.

–          Andiamo via di qua, vieni a casa mia.

Continuava a ripetermi col fiato corto.

Sentivo il suo corpo teso distendersi sotto le mie carezze. Frugavo sotto gli abiti per cercare le sue carni nude e godere di quel tocco soffice in cui affondavo le dita per cercare le umide cavità nascoste nelle pieghe più segrete, dove la verità trionfa sgorgando in fluidi umori.

–          Resta qui con me. Raggiungiamo Jo e facciamole vedere ciò che per mesi le hai raccontato di noi. Glielo faremo toccare con mano!

Non ho aspettato risposta; l’ho presa per mano e l’ho portata di là, dove la Venere di Urbino attendeva nelle sue luminose carni…

 

 

 


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