Dovere d’amare

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Il sole le illumina il viso e l’ombra  che si nasconde fra le pieghe della pelle che le solcano il volto, inspessito dal tempo e dal vento preso come sberle nei campi l’inverno, racconta la sua storia indugiando sugli angoli della bocca.

Ha un espressione ostinata e labbra strette, poco meno di sessant’anni ma ne porta molti di più. E li sorregge come un pesante fardello che grava occhi, corpo e anima.

Anna.

Mani nelle mani, le unghia rotte, i polpastrelli anneriti, i calli sul palmo.

Anna.

Il suo nome si pronuncia in un soffio, ma la sua vita è affanno.

La guardo muta. E aspetto.

< Pensavo che sarebbe morto.>

Rompe il silenzio. La sua voce ha un tono incolore.

< Sono andata tutti i giorni in ospedale a portargli la biancheria pulita e il pane fatto in casa. Me ne rientravo a cuor leggero e ogni sera mi fermavo a prendere un po’ d’aria sulla panchina di fronte al chiosco dei giornali. La gente che passava mi chiedeva di lui ed io facevo finta di essere disperata.>

< Non lo eri?> le domando a bruciapelo.

< No. Ero serena, mi godevo quei giorni di libertà lontano da lui. Curavo la casa, le scadenze e i cani, come sempre. Ma senza paura.>

< Paura di cosa?>

Non risponde. Si alza, si scrolla la gonna, sistema il grembiule e mi invita ad entrare.

Mi ritrovo in un lungo corridoio sul quale si affacciano cinque stanze, due a sinistra e tre a destra. In fondo un enorme cucina, piena di piatti di ceramica e di vecchie foto di famiglia appese sui muri ornati da piccole mattonelle colorate.

Anna prepara il caffè e mi fa cenno di sedermi.

Occupo una delle quattro sedie di legno che girano intorno al tavolo rettangolare.

Appoggio il registratore sul piano e le domando:

< Ti picchia?>

Resta di spalle. Apre il rubinetto dell’acqua e riempie una caraffa. Sceglie il silenzio, ancora una volta.

Non capisco. Forse ha cambiato idea, non vuole più raccontarmi la sua storia. Oppure sarà stato il registratore a indisporla. O la mia scollatura audace. O le mie domande, sempre dirette e impudenti.

Piomba il silenzio, rotto dal rumore del caffè che trabocca nel bricco di metallo annerito dal tempo.

Il suo odore intenso e familiare mi avvolge. Mi rilasso.

Anna si avvicina, poggia un vassoio sul tavolo con le tazzine  fumanti e un piatto colmo di biscottini secchi.

Si accomoda di fronte a me.

< Un cucchiaino di zucchero va bene?>

Le rispondo con un cenno della testa.

Sorseggiamo il caffè in silenzio. La sua bocca fa uno strano sibilo.

Prendo un biscotto, improvvisamente ho voglia di dolce.

< Tore torna domani. Dopo la degenza è andato a Celle di san Vito, da suo fratello, per respirare un po’ di aria buona.>

La guardo cercando di cogliere di più di quanto non voglia far trapelare. Resto in silenzio, in attesa delle sue parole che si concedono a fatica, centellinandosi.

< Non mi fai le domande?> mi chiede improvvisa.

< Sì, certo. Pensavo che preferissi andare a briglie sciolte.> le confido.

< No. E’ che non ci sono abituata. Nessuno mi ha mai fatto domande, se non per ricordarmi quali fossero i miei doveri.>

< Che tipo di domande ti fanno di solito?>

< Mio marito, è l’unico che può farmi domande. E’ pronto in tavola? Hai preparato la roba da portare in campagna? C’è acqua fresca nel frigo? Hai stirato i calzoni? Le bollette? Sei passata dalla posta a pagarle? Hai chiamato mia sorella per sapere come stanno a casa? Non vedi che sulla credenza c’è un dito di polvere? Quando ti decidi a sistemare? Cosa fai quando non sei con me e quando non sono a casa?>

La sua voce, finalmente ha un colore.

E’ plumbea con sfumature nere e a tratti si rompe, ingoiando un singhiozzo.

< I tuoi figli?>

< Non ne sono venuti.>, mi risponde abbassando lo sguardo sulle mani che tormentano il lembo di cotone del grembiule rigato.

Mi guardo intorno con aria smarrita, passando in rassegna le foto appese ai muri. Cerco di cogliere somiglianze fra quei sorrisi stampati sulle bocche salve dallo scorrere del tempo.

< Loro mi fanno sentire meno sola, ma è gente che non conosco. Volti ritagliati sui giornali o sulle riviste sottratte di nascosto mentre aspetto il mio turno dal medico. Tutte, tranne quella appesa sul frigo. Lei è mia nonna. Era.>

Sono sorpresa. Improvvisamente le domande mi confondono i pensieri, si accavallano ammucchiandosi, si rincorrono incrociandosi.

< Hai sperato che morisse?> taglio corto pronunciando la frase che avevo sulla punta della lingua già dopo i primi due minuti di conversazione.

< Sì. E quando ho saputo che aveva fregato pure la morte ho sperato di morire io. La vita con lui non è mai stata facile. Un matrimonio combinato, la famiglia lontana, niente figli niente amici niente svago. Solo doveri.>

< Ti ha mai usato violenza fisica o verbale?>

< Sì. Spesso. Per lui sono una nullità. Si arrabbia se mi scivola un bicchiere o se la minestra è troppo dolce o troppo salata; se la camicia non è stirata bene oppure se ho dimenticato il pane nel forno. A lui piace cotto al punto giusto, croccante fuori e morbido dentro; ma la crosta deve essere dorata. Se sbaglio qualcosa mi tratta male. Dice che non valgo niente e quando mi picchia vuole che tenga gli occhi bassi.>

Piange. Un pianto muto, che muore alla gola e strozza la voce.

Le guardo le mani, vorrei stringerle fra le mie ma mi trattengo. Resto immobile per non violare quel tempio di dolore e ascolto le sue parole che piovono e solcano, come fossero sassi.

< Per la gente del paese è un brav’uomo. Ha sempre una buona parola e un sorriso per tutti. Con me getta la maschera. E’un mostro.>

< Perchè non ti fai aiutare?>

< Chi aiuterebbe una povera donna senza passato né futuro? Io sono la moglie di Tore. Anna è un ricordo lontano, una giovane fanciulla che corre ancora fra gli enormi sassi di Fantiano con un mazzo di margherite selvatiche raccolte fra i campi. E sogna.>

< Cosa sogna Anna?>

< Il vento, che la porti via. Di essere madre…e il mare.>

< Perchè il mare?>

< Perchè ci sono andata solo poche volte prima di sposarmi, poi Tore non mi ci ha più portata.>

Sto per piangere anche io ma mi trattengo. Maledetto questo nodo che mi stringe la gola e quest’acqua che appanna i miei occhi e punge, punge, punge…

Non resisto, le prendo le mani e le tengo fra le mie.

< Sai qual è l’argomento principale che tratto nelle cose che scrivo, vero?>, le chiedo per smorzare quel momento toccante.

< Lo so. Sei qui apposta!>

Non capisco. La guardo disorientata.

Slega le sue mani dalle mie e mi accarezza le gote.

< Non conosco il piacere. Mi ha sempre usata per sfogare le sue voglie, senza mai chiedermi se mi piacesse o come mi sentissi dopo. Ancora adesso, quando gli viene il pensiero, viene a letto, fa quello che deve fare e poi si gira dall’altra parte e si addormenta. Io resto a guardare il soffitto fino a quando non lo sento russare. Poi tiro fuori i miei libri: romanzi d’amore e di passioni presi su una bancarella al mercato. Leggo di nascosto. Vivo per quei momenti, quando finalmente posso concedermi di sognare. Quando sono stanca mi lascio andare al riposo, dopo essermi segnata con la croce di un dio che ha dimenticato che esisto.>

< Chi ti ha dato il mio numero di telefono?> le chiedo incuriosita.

< In ospedale. Parlavano di te, del tuo libro e del tuo impegno sociale. Una ragazza diceva di conoscerti; sosteneva che fossi anche una fotografa e che le avessi scattato delle foto ad una festa. Così, con questo pretesto, le ho chiesto il tuo numero.>

Non smette di accarezzarmi. I suoi occhi sono dolci adesso, e la sua bocca ha perso il piglio austero.

< Volevo conoscerti e ringraziarti, prima che torni Tore. Sii coraggiosa e forte e non lasciarti piegare dalle maldicenze. Tu regali sogni ed emozioni e con la tua missione porti al mondo la voce di chi come me vive all’ombra della meschinità. Vorrei comprare il tuo libro. Lo trovo al mercato?>

Le sorrido, pensando che prima di salutarla gliene lascerò una copia.

Mi alzo e le slego il grembiule.

< Cosa fai?> mi domanda sgranando gli occhi.

< Ti porto al mare!> le rispondo felice.

Passammo il pomeriggio insieme, e prima di giungere a marina di Pulsano ci fermammo in un prato.

Anna raccolse un mazzo di fiori di campo.

Arrivammo al mare. Si tolse le scarpe, camminò sulla sabbia e restò muta, lo sguardo perso all’orizzonte.

Ci sedemmo in prossimità della battigia. Ascoltammo il vento che soffia sul mare e sentimmo l’odore di terre lontane provenire dal cielo.

Quando il sole calò il sipario su quello spicchio di mondo, Anna mi donò i suoi fiori e mi disse:

< Avrei voluto che fossi mia figlia.>

Piansi. E le mie lacrime sgorgarono come un fiume in piena che rompe gli argini e deflagra con tutta la sua potenza.

Restai lì, distesa sulla sabbia col capo sul suo grembo e mi lasciai amare.

Anna era tornata.

Il vento l’aveva portata in riva al mare e il suo amore l’aveva resa madre.

                                                                                           MADDALENA COSTA

Racconto in concorso a “Premio letterario città di Mesagne” anno 2013. Si classifica quarto.

Ottiene un diploma di merito alla prima edizione del “Concorso letterario nazionale Mirella Ardy”

Entra, ad honorem, nel secondo volume dell’antologia “Quindici, libero pensiero, libera scrittura” edizioni Dellisanti, saltando la fase delle selezioni.


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