E non voglio più pensare

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Da cosa scappi se io non ti inseguo?
La tua è solo paura.
Perchè a giocare col fuoco prima o poi ci si brucia.
Il guaio è che tu non vuoi bruciare.
Ma ardi di già.
E l’inquietudine in cui ti celi è il tuo focolare.
A cosa serve lasciarsi consumare dal rogo della viltà?
Se sei uomo d’onore cos’è che glorifichi
sull’altare freddo delle tue paure,
se non la misera fallacia delle tue pavidità?
Io ti sento.
Anche nel silenzio che grida i nostri tormenti.
Io ti ascolto.
E aspetto.
Vestita di bianco, come Venere odierna.
Ho labbra di fuoco per mantello.
Capelli d’oro sulle spalle convesse.
Il mio talamo è un dipinto Botticelliano.
E tu sei la mia gioia,
la mia abbondanza,
il mio splendore.
Anche questa poesia è un incantesimo che sfugge.
Un contendersi in bilico fra realtà e sogno.
Ma dove tramonta il delirio?
Dove albeggia la consistenza?
Io mi concedo il lusso dell’incertezza.
Tremo.
E non voglio più pensare.


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