Breve storia triste #1

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Titolo: Breve storia triste.

Protagonisti: Io, la mia Smart, la sua batteria.

Ambientazione: Grottaglie, lunedì mattina.

Svolgimento: Esco di casa in tutta fretta con la promessa di rientrare il prima possibile. Lascio Lola in casa che dorme beata sul tappeto, avvolta nel pile azzurro – il suo preferito – e la verdura sul gas, acceso! Arrivo al supermercato come una scheggia, parcheggio di fronte, entro. Dopo venti secondi al massimo sono già alla cassa. “Che culo” penso rientrando in macchina e avviando il motore, “ho fatto prima del solito”, gongolo.
Ma la macchina non parte. Ci riprovo, fallendo. Tiro fuori la chiave dal cruscotto, faccio un respiro profondo, la reinserisco ma nulla, non vuole partire. Andata, morta. Il sorriso si è spento, l’espressione sul mio volto è quella di un’invasata. Non mi sono nemmeno pettinata, ho infilato un cappello in testa a coprire il mio cespuglio e un paio di occhiali scuri per nascondere le occhiaie. Non potevo mica immaginare che la batteria si sarebbe scaricata lasciandomi sul più bello!

Conclusioni: oggi è meglio starmi alla larga. Anche io e me, ci prendiamo una pausa di riflessione.

Fine

©Maddalena Costa

Nel buio della mia terra umida

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Maddalena Costa- Foto di Sergio Malfatti

 

Ti ho lasciato uno spicchio di mondo
nascosto nel buio della mia terra umida

Lá,
dove giace fiera la mia voluttà,
aspetto che ritorni

a lacerare le mie tumide carni
a coprire ogni buco
a sigillare il pertugio
da cui evaporo,
impaziente,
arresa a questa foia cagna

Voglia.
Di averti qui
e riavermi salva,
scampata al vuoto dei miei spiragli
e vigile al fallace eco che soffia ingannevole
il vento della tua assenza.

 

E non voglio più pensare

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Da cosa scappi se io non ti inseguo?
La tua è solo paura.
Perchè a giocare col fuoco prima o poi ci si brucia.
Il guaio è che tu non vuoi bruciare.
Ma ardi di già.
E l’inquietudine in cui ti celi è il tuo focolare.
A cosa serve lasciarsi consumare dal rogo della viltà?
Se sei uomo d’onore cos’è che glorifichi
sull’altare freddo delle tue paure,
se non la misera fallacia delle tue pavidità?
Io ti sento.
Anche nel silenzio che grida i nostri tormenti.
Io ti ascolto.
E aspetto.
Vestita di bianco, come Venere odierna.
Ho labbra di fuoco per mantello.
Capelli d’oro sulle spalle convesse.
Il mio talamo è un dipinto Botticelliano.
E tu sei la mia gioia,
la mia abbondanza,
il mio splendore.
Anche questa poesia è un incantesimo che sfugge.
Un contendersi in bilico fra realtà e sogno.
Ma dove tramonta il delirio?
Dove albeggia la consistenza?
Io mi concedo il lusso dell’incertezza.
Tremo.
E non voglio più pensare.

Dovere d’amare

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Il sole le illumina il viso e l’ombra  che si nasconde fra le pieghe della pelle che le solcano il volto, inspessito dal tempo e dal vento preso come sberle nei campi l’inverno, racconta la sua storia indugiando sugli angoli della bocca.

Ha un espressione ostinata e labbra strette, poco meno di sessant’anni ma ne porta molti di più. E li sorregge come un pesante fardello che grava occhi, corpo e anima.

Anna.

Mani nelle mani, le unghia rotte, i polpastrelli anneriti, i calli sul palmo.

Anna.

Il suo nome si pronuncia in un soffio, ma la sua vita è affanno.

La guardo muta. E aspetto. Continua a leggere “Dovere d’amare”

Sotto la pelle

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Maggio piange lacrime di sangue.
La follia è l’unica salvezza in questo ponte reciso da parole mancanti.
Ma resti vigile.
Senti il dolore che come piombo scorre nelle vene
tracciando il solco delle ultime memorie.
Fatte di assenza,
di lucida coerenza.
Ti scavi dentro e lo trovi lì,
sotto la pelle.
Il suo ricordo.
Ti smembra e lacera e tu per riaverti devi prima decomporti.
Lo fai gemendo.
Buia come la notte più nera,
scissa in minuscole schegge sensibili,
taglienti come diamanti.
Basterebbe cedere all’inquietudine per ritrovar la pace nel verde muschiato della tua terra.
Ma hai imparato a vivere. Genuflessa e fiera come un guerriero dopo una battaglia senza vincitori né vinti,
coniughi il tuo verbo all’infinito
e ti ricomponi.
Ma è ancora lì, sotto la pelle.
Amore immenso e ignaro.
Cibo unico…
Il solo capace di saziare la tua indigenza.

Comizi d’amore

934610_10201014377074988_1226024749_nL’appuntamento è per le dodici. Faccio le scale prendendomela comoda, sono in anticipo. Al citofono mi risponde una voce di donna, alla porta invece mi accoglie un giovane alto e magro, capelli riccioluti, faccia pulita.

< Buongiorno signora. Mi dica >

< Sono Maddalena Costa. Ho un appuntamento con Franz Lenti > gli rispondo mentre gli stringo la mano.

Mi sorride e mi invita ad accomodarmi nella sala attigua, un luminoso ed ampio quadrato con affaccio sul retro.

Resto in piedi, per potermi guardare intorno. Dalla finestra entrano gli odori tipici della nostra terra quando il sole è alto nel cielo ed è già “menza dia”. Odori di cibo che tuffa nell’olio e frigge, sprigionando prepotenti fumi odorosi che arrivano al naso e dal naso passano nello stomaco. E lo stomaco brontola.

Il giovane torna due minuti più tardi per avvisarmi che Franz Lenti sta arrivando.

Il direttore giunge dopo dieci minuti. Continua a leggere “Comizi d’amore”

All’ombra dei ricordi e dei distacchi

1146695_10201246070947190_736690436_nNon chiedermi perchè ti scrivo. Ne sento solo l’esigenza.

Così assecondo i miei pensieri che scorrono le dita su questa tastiera.

Approfitto di uno spazio concessomi.

Un microcosmo autogestito su cui mi prendo la libertà, la gioia e il dolore di fare comizi d’amore.

Oggi salgo sul mio pulpito sgangherato a parlare di noi.

Se chiudo gli occhi vedo i tuoi occhi nei miei occhi e il tuo sguardo è lo stesso di tuo figlio.

Mio padre.

Che uomo meraviglioso, che uomo tenero e integerrimo!

Così intento ad esser figlio perfetto da potergli perdonare anche la distrazione di esser stato padre a metà.

Genitore assorbito dai doveri materiali, la cui assenza era presenza sentita e commossa nel bisogno di compiacerti.

Figlio impeccabile, padre inconsapevole ma fiero e garante.

Nonno amato! Continua a leggere “All’ombra dei ricordi e dei distacchi”